Citazioni

Combattimento di guerrieri

Come sei bello quando sei eccitato!
Come hai gli occhi più neri… così neri:
Due nere notti che stanno in agguato
Sopra i miei seni, sopra i miei pensieri.

“Tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
devi ascoltare i sensi solamente;
sarà un combattimento di guerrieri:
combatterà il tuo corpo e non la mente”

Ho paura di te: sei così bello!
Non affogarmi in notti tanto nere
se prima non mi apri nel cervello
la porta che resiste del piacere.

“La porta del piacere… eccola, è qui.”
Quella del tuo sicuramente sì.
“Chi ti apre il cervello? dimmi, chi?”
Chi lo sa aprire… Piano… si, così…

Baciami; dammi cento baci, e mille:
cento per ogni bacio che si estingue,
e mille da succhiare le tonsille,
da aver in bocca un’anima e due lingue.

Oh sì, accarezza dolcemente, sfiora,
ma minaccia ogni furia e ogni violenza;
lentamente… non dentro, non ancora…
portami a poco a poco all’incoscienza.

“Maledetta, luttuosa fantasia
Che esige un cuore mite e anche feroce…”
Fingi di averlo il levamela via:
Io voglio che mi avvolga la tua voce.

Giura che mi terrai nuda e legata
per una notte intera, a luci spente;
Che se mento sarò martirizzata
a mezzogiorno, irrevocabilmente.

“A luci spente no. Devo vedere.
Non avere ritegni, fa’ la troia.”
Sotto di te, le braccia prigioniere,
sento che tremo di piacere e gioia.

Fa’ presto, immobilizzami le braccia,
crocefiggimi, inchiodami al tuo letto;
consolami, accarezzarmi la faccia;
scopami quando meno me l’aspetto.

“Le gambe, incrociate sulle mie natiche:
spingilo dentro, guidamelo tu.”
Non voglio prendere pose acrobatiche…
e mi piace così… molto di più…

“E l’amore da sola lo fai mai?”
Mi infilo a volte un cetriolo… “Eh?
Dopo mi mostri bene come fai.”
Oh no!… “Oh sì. Lo fai davanti a me.”

“Questa tua folla d’ombra e mi indispone…”
Mi fai male. “Cambiamo posizione.
Per essere il tuo schiavo e il tuo padrone
rinnegherò tre volte la ragione.”

“Girati, mettiti qui, a quattro zampe.
E sta giù. Sei più rigida di un mulo!”
Mi va il sangue alla testa, ho già le vampe…
“Giù con la schiena, ho detto: mostra il culo.”

“Vuoi il cazzo? vuoi la lingua? vuoi le dita?
o vuoi un sessantanove laterale?”
Sei la mia sola garanzia di vita,
sei la mia malattia quasi mortale.

“E prenditelo tutto, proprio tutto:
devi sentirmi tutto dentro te,
e dopo voglio entrarti dappertutto…
Stai svenendo? venendo? cosa c’è?”

Via da me… no, verso me: mi entro dentro…
“Che cosa hai detto?” Non ho detto niente.
… come verso il rovescio del mio centro,
come uno svenimento della mente…

“Tu bruci dappertutto… stai bruciando…
ti spegnerò, e ti farò gridare…”
Sì, continua così… oh sì… e quando…
e quando vengo… non accellerare…

“Ehi! C’è una notte intera qui per noi;
mi raccomando, non venire ancora,
prolunga il tuo piacere più che puoi…
Se vieni, ti sculaccia per un’ora.”

“Posso venirti dentro?” Devi farlo.
“Ne sei sicura?” Sì, sono sicura.
“Parla, dimmi qualcosa.” Adesso parlo:
mi sei nel sangue… In ogni mia giuntura…

Mi sta ondeggiando fin dentro il cervello,
e sempre più assoda e più si ingrossa,
sempre più mi riempie… “E non è bello?”
hai ragione un vigore da incidere le ossa.

[…]

Patrizia Valduga. Cento quartine e alte storie d’amore. Einaudi

Le quartine qui riportate sono una selezione. Mi sono presa la libertà di saltarne molte senza segnalarlo con le […] per non compromettere la scorrevolezza del testo, ma ne consiglio la lettura integrale.

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Racconti erotici

Le scale

IMG_5840Mi hai lasciata sulle scale e sulle scale mi hai trovata. Immobile, come mi hai detto, sui tacchi alti degli stivali, le gambe e le labbra aperte. Ti sento salire le scale alle mie spalle, senza fretta, armeggiando con la cintura e la cerniera dei tuoi pantaloni. Ad ogni gradino il mio respiro si fa più veloce e quando arrivi a sfiorarmi le gambe col tuo cazzo ho un sussulto. Il tuo alito caldo sulla nuca, ti avvicini al mio orecchio, dici il mio nome. “Brava Molly, sei stata ferma….” Sei più alto di me, la differenza di un gradino, ma i tacchi ti costringono a stare sul mio stesso scalino per sovrastarmi e tu giochi con quelle altezze salendo e scendendo e girandomi attorno per toccarmi come preferisci. Nello spazio del gradino il tuo corpo aderisce al mio, la cappella del tuo cazzo è umida, lo lasci libero dalla tua mano, lo sento appoggiarsi. Lo voglio! Non sarà così facile ottenerlo, lo so. La mia mano lungo i fianchi, disobbediente, si sporge per toccarlo coi polpastrelli, per afferrarlo, ma la tua risale tranquilla alla mia gola e l’afferra decisa: “Ti ho detto che puoi toccare Molly?” No, non lo hai detto. Mi fermo, ti afferro il polso sul mio collo, non per spostarlo, ma per garantirmi che tu non lo tolga… La testa reclinata sulla tua spalla dalla pressione della tua mano, mente con l’altra mi esplori senza fretta, giochi coi miei capezzoli, scendi sui fianchi, sento la durezza del tuo cazzo mentre la tua mano arriva alle cosce, si sposta all’interno. Un rivolo sottile, una goccia scivola dalla mia fica lungo la coscia. La raccogli risalendo – “Coli Molly…” – la riaccompagni alla fonte e le tue dita mi aprono scivolando dentro la fica senza difficoltà. Mi inarco, mi trattieni dal collo, frughi, gratti con due dita, mi fai mugugnare, poi urlare. Mi cedono le gambe, devi reggermi per non cadere entrambi dalle scale. Io voglio il tuo cazzo, lo sai, ma vuoi che te lo chieda. Testarda sto muta.
La tua mano dalla gola passa al collo, poi tra le scapole. Mi spingi. “Giù Molly! Gambe dritte” La mia schiena si piega avanti, appoggio le mani ai gradini più alti, il mio culo per aria, esposto a te. Sento la punta del tuo cazzo che struscia tra il solco delle natiche: – “Basta chiedere Molly… se lo vuoi” – scivola sul fradicio della mia fica, si ferma all’ingresso, si appoggia, trattengo il respiro, non chiedo, risale. Cazzo! Un movimento di stizza, tu ridi. Mi stringi i fianchi, affondi le unghie, risali sul culo fino al mio buco, ce lo sbatti sopra un paio di volte “Molly… come si dice?”
“Ti prego Padrone, ti prego…”

 

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Brevissime di Molly 4

La torre medievale spunta sulle nuvole sospesa nel vuoto. Ai suoi piedi il bosco di castagni riporta a a una quiete selvaggia che invoglia ad appoggiarsi agli alberi col culo in fuori. Cancella malumori raccogliere castagne scricchiolando foglie gialle sul terreno e il sottobosco è un humus sensuale, umido e melmoso e caldo. Schiudere ricci per rubarne il frutto. Forzare leggera con la punta delle dita, afferrare il ciuffo delle tre castagne, tirare mentre indice e pollice dell’altra mano allargano i lembi del riccio. Cede quello, si apre, ma ti punge le dita. Aghi sottili si conficcano nei polpastrelli e cavarli coi denti uno a uno, e lenire il dolore con la punta della lingua per poi succhiarlo via infilando il dito tra le labbra e riempirlo di saliva. Un attimo in bocca, poi di nuovo a cercare altri ricci, mentre desideri diversi bagnano la mente.

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Sotto-messa

IMG_5793Accasciata ai tuoi piedi stremata e ansimante mi arrotolo contro le Tue gambe, mi chiudo in abbraccio, mi struscio cercando il Tuo contatto mentre il bruciore dei colpi sulla pelle pulsa. Le frange del flogger pendono dalla tua mano ancora oscillanti dopo l’ultimo colpo, mi sfiorano i fianchi per ora inoffensive. Sento la Tua presenza sopra a me, sopra a tutto, i Tuoi occhi sulla mia schiena, sento il Tuo desiderio, la sua violenza, la sua forza, la Tua forza che è anche la mia. Mi guardi dall’alto e sai che non la dirò la safeword, continuerò a contare facendomi scarnificare piuttosto che dirla perché ogni colpo sancisce l’appartenenza, suggella un patto, prosegue un percorso di fiducia che abbiamo fatto assieme, rafforza la tua volontà di farmi Tua, la mia volontà di esserlo. “Guardami” dici. I tuoi ordini sono sempre detti. Basta questo. Sai la mia fatica nel guardarti in certi momenti, ma lo faccio. Sorridi leggendo la sfida nei miei occhi. Ti piace, Ti stimola, Ti gratifica. L’Hai vista dal primo momento la mia ribellione, non Sei fuggito come altri, Hai raccolto la sfida che ero, non per schiacciarmi, non lo fai mai, ma per vincermi ogni volta stimolando la mia curiosità, la mia voglia di abbandonarmi anche. Docile non mi vorresti, docile non sono. Misuri la tua forza imponendoti sulla mia.
Leggi nei miei occhi, sai che sono pronta a tornare in posizione, ma Ti chini su di me, mi sollevi priva di forze, mi adagi sul letto, mi lecchi i segni rossi su culo e schiena, m’infili una mano nella figa, la trovi fradicia, già lo sai, mi giri “Guardami cagna, sempre”. Sempre ti guardo. Mi metti una mano sul collo. Il resto Lo sai.

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Le donne di Araki

“Le donne possiedono il fascino della vita stessa. Hanno tutte le caratteristiche essenziali: bellezza, bruttezza, oscenità, purezza… molto più che la natura. In una donna convivono il mare ed il cielo, il germoglio ed il fiore… le donne ti insegnano come gira il mondo”

“Quando lego le donne, dico loro: sto legando il tuo cuore, non il tuo corpo”

Araki. Mostra fotografica. Fondazione Bisazza, Montecchio Maggiore (VI), fino al 1 novembre 2017.

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Il tunnel / Lui

Nuove strategie commerciali. Nulla che non si possa risolvere con 2 mail. Peccato che per molti colleghi non sia così facile, quindi mi ritrovo qui, trench nero, occhiali scuri per mascherare le occhiaie di una notte passata utilizzando anche altri organi oltre il cervello, sul Frecciarossa per Roma.
Per l’ennesima volta.
Quattro ore da far passare. Posto corridoio ovviamente.
Li riconosci quelli come me, quelli che viaggiano spesso in treno. Hanno uno sguardo diverso, e scelgono il posto corridoio.
Sanno bene che osservare l’umanità all’interno del vagone è molto più stimolante del paesaggio che scorre veloce dal finestrino.
L’ho notata subito quando è salita. Si muove sicura nello stretto corridoio. Labbra carnose, un bel seno messo in evidenza dalla scollatura. Gonna sopra il ginocchio. Tacco che valorizza le belle gambe.
40 anni, circa.
Anche lei mi osserva, anche lei da dietro lo schermo del cellulare. Ne sono certo.
Posto corridoio. Ora ne sono sicuro.
Per un attimo la fisso, i nostri sguardi si sorreggono, poi con noncuranza torno alle immagini di Tumblr che scorrono sul mio schermo. Ma da li dietro continuo a guardarla.
Anche lei scorre con il dito sull’iphone. Anche lei mi sta guardando. Distintamente avverto il rumore. Mi ha fotografato. Voleva che me ne accorgessi.
Muove sensuale le gambe, la gonna si alza leggermente. Mi accarezzo la barba.
Mi mostra il bordo scuro di pizzo delle autoreggenti. Sospira appena per attirare la mia attenzione, ma sa benissimo di non averne bisogno.
Galante faccio scorrere il mio sguardo sulle sue cosce, non commetto mai la scortesia di non ammirare ciò che una donna vuole mostrarmi di lei.
Sposto il baricentro in avanti. Apre appena le cosce.
Lo conosco questo gioco. Piccoli movimenti, inviti, nessuna parola.
Lo conosce molto bene anche lei.
Il mio cazzo reagisce. Apro il trench, sono certo che se ne sia accorta. Che mi stia guardando. impercettibili movimenti, avanti e indietro con il bacino.
Allarga le gambe un po’ di più.
Passo la mano sulla mia coscia, la faccio salire fino al cazzo.
Lei fa scivolare la mano nella scollatura.
Si alza, prende la borsa e indica il posto libero al mio fianco, lato finestrino.
“Vorrei viaggiare nel senso di marcia, le dispiace?” “Prego!”
Sposto appena le gambe, non voglio agevolarla troppo, e di sicuro lei non vuole essere agevolata.
Striscia sulle mie gambe, sporge vanitosa il culo.
Si siede.
Torno a guardare il mio Tumblr. Sono certo che lei sta sbirciando. Sospira. Stringe le cosce.
“Prende spesso questo treno?”
“Si quasi tutte le settimane, da Torino a Roma. E lei?”
“No prima volta.”
BUGIARDA!.
Fingendo disinteresse fisso lo schermo. La mia mano scorre verso la sua coscia e incontra la sua. Sento i suoi polpastrelli sul dorso della mia mano.
Non so se la mia mano stia guidando la sua o sia la sua a spingere la mia.
Allarga le cosce. le sfioro l’interno. Un fremito. Il bordo delle calze.
Risalgo. un altro fremito, una spinta più forte.
Ora si, mi sta spingendo.
Il bordo delle mutandine. Lo scosto. La figa. labbra gonfie. Bagnata.
Tunnel. Buio. Lo sapevo, lo sapeva.
Unghie che stringono la mia mano.
Due dita che le scivolano dentro.
Fradicia.
Sospira, ancora.
Mi muovo. So che il tunnel è breve. Lo sa anche lei. Le gambe spalancate.
Luce.
Si alza.
“Mi scusi. Devo scendere.”
“Prego”
Sposto appena le gambe, non voglio agevolarla troppo, e di sicuro lei non vuole essere agevolata.
Striscia sulle mie gambe, sporge vanitosa il culo.
Mi fa sentire il profumo della sua figa. Lo stesso che conserverò sulle mie dita fino a Roma.
La guardo ancheggiare sui tacchi lungo il vagone fino all’uscita.

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Il tunnel di Lei

Racconti erotici

Il tunnel / Lei

Sbircia le mie gambe accavallate, velate di nero, nascosto dietro agli occhiali scuri griffati Armani. Mi ha vista arrivare e prendere posto, l’ho notato, ma ha continuato imperterrito a fissare il cellulare. Seduto sul treno di fronte a me, ci separa solo il corridoio del vagone del Frecciarossa per Roma. Il trench nero doppiopetto ancora allacciato e l’incolta barba nera, gli danno un’aria da intrigo fuori luogo e fuori tempo che mi piace. I nostri sguardi si sorreggono un istante, poi il suo scivola e si fissa sull’iPhone. Gli scatto una foto senza silenziare il telefono, voglio che mi senta, so che mi sente. Mi muovo appena sul sedile in modo che la gonna si sollevi, scavallo le gambe, cambio direzione alle ginocchia, mi struscio, la stoffa delle brasiliane mi stuzzica, sospiro appena, finché i suoi occhi non cadono di nuovo su di me e sul pizzo delle autoreggenti scoperto sulla coscia. Mi accontenta, mi guarda. Si muove sul sedile, sposta il bacino in avanti, stacco le labbra lasciandole in fessura, riprendo leggeri movimenti irrequieti sul sedile, e mentre la gonna si solleva ancora inizio a bagnarmi. Si schiarisce la gola, mi inumidisco le labbra, slaccia il trench, allargo le cosce, sposta il bacino sul sedile, la mia mano alla scollatura della maglia. Mi alzo prendo la borsa, in piedi di fronte a lui indico il posto libero al suo fianco, lato finestrino. “Vorrei viaggiare nel senso di marcia, le dispiace?” “Prego!” Sposta appena le gambe, non mi agevola il passaggio, non voglio lo faccia, m’infilo tra lui e lo schienale voltandogli la schiena, le mie gambe strusciano le sue, sollevano la gonna, il culo sporge invitante e vanitoso davanti alla sua faccia, lo sento inspirare, annusa la mia voglia, mi siedo.
“Prende spesso questo treno?” chiedo.
“Si, quasi tutte le settimane, fino a Roma. E lei?”
“Prima volta” mento. Lo capisce, lo vedo.
Ostenta indifferente, si rimette a scorrere il dito sul cellulare. Sbircio. Le immagini di Tumblr scorrono sullo schermo. Amplessi in gif di secondi. Sogghigno, sospiro, abbandono la mano sulla mia gamba, la sua struscia sin sopra la mia coscia, la raggiungo, i mie polpastrelli ne accarezzano il dorso, allargo le cosce, mi spinge o lo spingo verso l’interno, un sussulto, arriva al pizzo delle calze, lo supera, il bordo delle mutande, lo scosta, sospiro, un tremito, lo spingo fino alle labbra gonfie, bagnate.
Tunnel. Buio. Lo aspettavo. È breve, lui lo sa di certo.
Le mie unghie si conficcano nella sua mano, spalanco le gambe, le sue dita entrano, scivolano dentro la figa fradicia, si muove rapido, ansimo, il suo fiato sul collo, le dita grattano. Luce.
“Mi scusi. Devo scendere.”
“Prego”
Di nuovo struscio contro le sue gambe che non ne vogliono sapere di aiutarmi a passare, il mio culo sporge spudorato davanti alla sua faccia. Voglio che senta l’odore della mia figa, lo stesso che si porterà sulle dita, annusandosele fino a Roma, ne sono sicura. Mi avvio verso l’uscita ancheggiando sui tacchi.
So che mi sta guardando.

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Il tunnel di Lui

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Piazzola di sosta

Quando siamo saliti in macchina il Padrone non conosceva la destinazione. Non sapeva il dove e il cosa e il come. Ho percorso le solite strade con i Suoi occhi puntati addosso, il sorriso curioso e compiaciuto. Quando sono entrata in autostrada la Sua curiosità non si conteneva, ma una sorpresa di compleanno non va svelata e Lui non mi ha chiesto di farlo. Si è messo comodo sul sedile del passeggero e dopo alcuni chilometri tra camion e musica la sua mano si è appoggiata sulle mie gambe. Mi ha guardata senza fiatare, mi ha esplorato le cosce, si è infilato tra le gambe che ho aperto, è risalito piano verso la scollatura, l’ha abbassata, ha scoperto il seno e ha succhiato il capezzolo destro tra i camionisti che ci suonavano. La sua lingua è risalita verso il collo, mi ha morso il mento, si è infilata nella mia bocca di traverso per lasciarmi guardare la strada. Poi si è riseduto sul sedile ha portato il bacino in avanti, abbassato la cerniera dei pantaloni e mi ha guardata. Gli ho sorriso e gettandomi in corsia di sorpasso gli ho tirato fuori il cazzo già duro. La testa appoggiata all’indietro, gli occhi chiusi, si è goduto una lunga e lenta discesa e risalita della mano lungo il suo cazzo, la ripetizione del gesto, più e più volte, la velocità che aumenta, il soffermarsi sulla punta, la saliva nel palmo della mano per scivolare meglio, la rotazione sopra la cappella e di nuovo giù e sù e poi: “Accosta!”
Nella prima piazzola di sosta la macchina della Società Autostrade. Ancora un paio di chilometri di sega e accosto, spengo la macchina, sgancio la cintura e Lui mi prende la testa e la spinge sul suo cazzo. Lo ingoio avida, lo spinge fino in gola, lo tiene li, mi lascia andare, soffoco, tossico, lo ingoio di nuovo, inizio a lacrimare. Mi lascia muovere la testa, le labbra che si spostano lungo il suo cazzo, lo scoprono, lo riprendono, lo bagnano, lo succhiano finché non esplode in sborra calda che mi riempie la bocca con un getto cosi violento che ingoiarlo mi avrebbe fatta sbrodolare sui suoi pantaloni nuovi e sulla camicia. Mi alzo con la bocca piena mentre Lui ride. Mi guardo attorno, valuto il portacenere, scarto il fazzoletto e in fine apro la portiera, mi sporgo con la testa e sputo fuori tutta la sua sborra. Mente mi alzo giro la testa e dietro di noi è parcheggiata a pochi metri l’auto della Società Autostrade, la portiera aperta, nessuna traccia del guidatore. Guardo il Padrone, scoppiamo a ridere e riprendiamo il viaggio. La sorpresa di compleanno deva ancora iniziare.