Racconti erotici

Devozione

downloadGli occhi offuscati, la bocca aperta in un grido muto, incapace di pensare, senza nessuna volontà e desiderio di farlo: Lui decide, io godo e basta. Il suo sguardo m’inchioda al letto, immobile, scossa solo dai colpi di bacino coi quali affonda il suo cazzo in me, senza nessun riguardo, delicatezza, attenzione, sbattendomi come una cagna deve essere sbattuta, col rumore dei corpi che impattano, e del liquido della mia eccitazione che accoglie il Padrone. Strette le mani attorno alla mia gola, il suo peso mi schiaccia le gambe che ha appoggiate alle spalle. Mi manovra come fossi un oggetto, mi sposta sul letto, mi spinge, mi tira, mi gira, mi alza le gambe. Improvvisa mi arriva una sberla. Repentina, non forte, ma decisa. Affermazione di possesso, evidenza di dominio. La sorpresa mi toglie il fiato. Secondi di incredula sospensione poi il furore mi acceca, mi priva d’ogni avanzo di raziocinio, lasciandomi solo istinto. Un animale montato. Occhi negli occhi, combatto una guerra persa che non voglio vincere, ma lotto per resistere e godo e mi contorco e urlo di piace e ribellione e sfida. Sostengo il suo sguardo per secondi che dilatano il tempo e si fanno perenni, poi cedo, abbasso gli occhi, chino la testa, mi faccio mansueta. Vinta, consapevole che Lui ha di nuovo alzato l’asticella dei miei limiti.
“Non ti lascio andare, cagna, lo sai.”
Lo so. Anche per questo gli sono devota.

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Racconto anonimo

Pubblico il racconto di un amico. Grazie per avermelo regalato… tu sai quanto io l’abbia apprezzato.


Incollo le labbra alle tue. La mia lingua si fa strada fino a incontrare la tua. La sensazione è quella che si aggroviglino, per quanto le dimensioni non lo consentano davvero. Porto una mano dietro la tua nuca. Abbiamo gli occhi chiusi: ne ho la conferma quando li apro per guardarti. Le nostre bocche che si lasciano e si prendono hanno un suono liquido, rotto da schiocchi improvvisi. Infilo una mano sotto la tua gonna alla ricerca della tua fica che so di trovare già bagnata. Scosto il bordo dello slip con l’indice e, lentamente, arrivo a sfiorarla. Lo spingo fra le labbra, avendo la conferma di quanto pensavo. Lo faccio andare su e giù, bagnandomelo. Il mio corpo preme contro il tuo, schiacciato contro il muro. Sollevi una gamba e la porti dietro al mio culo. Infilo le mani sotto le tue natiche e ti sollevo di peso. Alzi anche l’altra gamba e incroci i piedi dietro di me, avvinghiandoti. Tiro fuori il cazzo duro e te lo struscio fra le cosce poi, spennellandola, sulla fica. Ti strappo via gli slip e premo il cazzo fra le tue labbra. Non serve più che ti sorregga con le mani, schiacciata come sei fra il mio corpo e il muro. Ti sbottono la camicetta, facendo saltare un bottone. Affondo la testa fra i tuoi seni. Prendo un capezzolo fra le labbra a pinza e lo succhio; lo mordo, facendo inarcare il tuo corpo. Ti lasci sfuggire un gemito di dolore, ma non mi fermo. Con una spinta decisa del bacino, il mio cazzo ti entra dentro, tutto, fino alle palle. Ti afferro di nuovo per le natiche. La mia bocca va da un capezzolo all’altro. Li lecco, li mordo; a lingua aperta percorro tutto l’incavo fra i tuoi seni per tornare infine a girare con la punta intorno alle areole. Li mordo ancora. Pompo dentro di te con forza, con ferocia. Arrivo a fondo dentro di te, le mie palle ti sbattono fra le cosce, il tuo corpo viene sbattuto contro il muro. Hai un brivido per il contatto col freddo della parete. Sei aggrappata al mio collo, con i piedi sempre incrociati dietro al mio culo. Hai il capo reclinato, non pensi ad altro che a farti scopare, a goderti il senso di riempimento che arriva a ogni colpo del mio bacino, ogni volta che il mio cazzo bollente ti entra tutto dentro. Appoggi la testa su una mia spalla e mi stringi ancora più forte, gemendo e ansimando. Sento che stai per venire. Aumento la frequenza e l’intensità delle pompate, come se volessi entrarti dentro, dietro al mio cazzo, come se volessi spingerti dentro anche le palle. Affondo le unghie nelle tue natiche. L’odore delle tue ascelle sudate mi rende una furia e non riesco più a controllare il mio corpo. Basterebbe un nonnulla per farci franare entrambi a terra, perdendo l’equilibro. Mi stringi così forte che respiro a fatica. L’urlo con il quale godi lacera il silenzio della stanza e il tuo orgasmo trascina con sé il mio. Sento i getti del mio sperma riempirti, li sento passare come una corrente che va dal mio corpo al tuo. Ansimi, affondo i denti nella mia spalla. Ti lecco il viso, poi ti mordo un labbro, prima che i nostri corpi rallentino e un’infinita dolcezza si impossessa di noi per prendere il posto della furia devastatrice della scopata appena finita. Sfilandomi, sento la mia sborra scorrere giù lungo le tue gambe.

Mi sveglio in un lago di sudore. Fatico a rendermi conto di dove sono. Perfino di chi sono. Il primo contatto familiare è quello con pelo corto del tappeto. Poi la coperta che ho addosso. Mi sono sborrato addosso, fra le cosce. Alzo gli occhi e vedo il letto. Raccolgo lo spermo con le mani e lo ingoio. Mi alzo, attento a non far rumore e ti vedo: sei nel letto, più scoperta che coperta da un lenzuolo. Sei aggrappata allo stallone che hai scopato ieri sera. Il tuo magnifico corpo si solleva ritmicamente. Il tuo viso è sereno, soddisfatto. Lui ha un’erezione notturna. Ho voglia di sfiorare quell’enorme cazzo lucido, ma mi trattengo. Non mi trattengo, invece, dal leccarti i piedi, sicuro di non svegliarti. Ho di nuovo il cazzo duro. Sgattaiolo silenziosamente in bagno e vado a farmi una sega, annusando un paio di tuoi slip sporchi. Per non far rumore, mi sborro in mano e poi la lecco.

Torno ai piedi del letto. Vi guardo ancora: il tuo corpo reso ancora più bello dal sonno; il suo, lucido, magnifico, muscoloso. Mi accuccio sul tappeto e mi tiro su la coperta. Rassicurato, sorridente, mi addormento di nuovo.

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Giù!

“Giù Molly, davanti a me!” Mi abbasso, in ginocchio, non lascio i tuoi occhi. Sorrido sorniona. Lo sguardo ti sfida, il corpo obbedisce. Un riflesso pavloviano, da cagna. “Giù Molly” Il tono basso, calmo, ma indiscutibilmente è un ordine. Non mi imponi formalismi. Non pretendi il Lei o il Voi o un Grazie, né un Padrone che io non senta come vero, ma non si discute davanti a un ordine. Nemmeno ci provo, nemmeno lo voglio. In ginocchio. “Lo vuoi il mio cazzo Molly?” Oh si lo voglio, lo dico, lo chiedo, t’imploro. “Mani dietro la schiena” Non posso toccare, non posso fare, decidere, agire sei Tu che mi usi. “Apri Molly, fuori la lingua!” Ce lo sbatti sopra più volte, il Tuo cazzo mi eccita, mi prepara, mi invoglia, l’acquolina in bocca. Le tue mani dietro la mia nuca, s’intrecciano: “Ferma Molly!” Ferma. La cappella appoggiata alle labbra, spingi, apro, entri, piano. Stringi la testa, muovi il bacino, entri più a fondo, arrivi alla gola. Mi tieni lì. Gli occhi si stringono, lacrimo, soffoco, sbavo. Molli la presa, mi fai respirare, ma non mi dai tregua, riprendi, affondi, rimani, lasci. Aumenti il tuo ritmo, mi scopi la bocca, saliva che esce bagnando il tuo cazzo, veloce Tu entri poi esci, rumore di liquido, mi blocchi, mi tieni, la gola si stringe attorno al tuo cazzo, contraggo la figa, squirto, rilascio. Colo lungo le cosce. La pozza per terra aumenta ogni volta che affondi in gola e mi tieni lì ferma, la bocca appoggiata alla base del cazzo, soffoco, conato, trattengo, mi fermi, poi molli. Contraggo, squirto, rilascio. Se vomito a terra mi fai continuare. Rigata dal mascara, paonazza, sbavata, la tua cagna usata. Aumenti il Tuo ritmo, il bacino si muove, veloce, le palle che sbattono sul mio mento, i capelli tirati tra le tue dita, ti sento, il Tuo cazzo si gonfia, mi stringi, mi riempi. Un fiotto caldo di sborra m’invade la gola. Ingoio, ti assorbo, assaporo, mi nutro di Te. Pulisco. Tutto.

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Macchie

Gratti, spingi, giri, scavi, apri. Mi apri, mi apro, rilascio. Ti inondo le mani di me. Fuoriuscite di liquido, caldo abbandono. Scorri in me, mi svuoti di ogni resistenza mentale e fisica. Non penso, godo, non spruzzo, tracimo. Abbatti ogni mia difesa, crollano dighe, allago. Macchie scure sulle lenzuola segnano il passaggio di Te in me. “Cagna, hai di nuovo bagnato il letto”. E se come nel test di Rorschach mi chiedessi di spiegarti le macchie risponderei solo: sei Tu Padrone.

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Oltre i 90

Il Padrone mi blocca per i fianchi, da dietro, mentre cammino. Sulla soglia della stanza il mio culo impatta con la sua erezione sotto i pantaloni. Una mano sulla schiena mi spinge verso il basso: “Giu Molly!” mentre con un piede mi allarga le gambe. Appoggio le mani a terra con un angolazione ben oltre i novanta e rimango in quella posizione mentre il Padrone si slaccia i pantaloni, mi solleva la gonna e inizia a sfregarmi il cazzo sulla figa già fradicia. Si lubrifica il tempo necessario, poi appoggia la punta sul buco del mio culo ed entra con l’attenzione che sempre mette all’inizio, ma che poi abbandona spingendo e sfondandomi come è giusto che faccia con la sua cagna. Tenendomi per i fianchi mi penetra prima lentamente, ma a fondo, poi con sempre più foga facendomi urlare e dichiarare quanto io sia troia, quanto gli appartenga. Di colpo poi si ferma lasciandomi in attesa di non so cosa: “ferma Molly!” Si ritrae senza però uscire. Passano interminabili secondi d’immobilita, finché un “ecco” e sento il mio culo riempirsi di caldo e liquido e non è sborra, ma una lunga pisciata dentro le mie viscere. Mi riempie il Padrone.
Mi gonfio di Lui.

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Nella rete delle calze

Sul letto, aspetto che arrivi il Padrone.
Un esperimento.
Mai piaciute le calze a rete, mai messe, mai volute.
Un’avversione e le avversioni vanno messe alla prova. Ho scelto dei collant aperti. Scoperto il pube liscio, la figa, il culo. Esposta. La rete mi infastidisce e solo indossando le décolleté nere mi trovo accettabile. Mi rilasso e mi sdraio ad aspettare, prona, come devo stare. I Suoi passi arrivano sulla soglia. Silenzio. Non mi giro, immobile a un Suo “Ferma!” che mi bagna all’istante. Rumori di scatole aperte, fruscii, si sfila la cintura dai pantaloni. Mi afferra le caviglie e mi tira a bordo letto, la cinghia attorno ai polsi a legare le mani dietro la schiena, mi solleva il culo in aria, la faccia sprofondata nel materasso. “Guardati!” dice, spostando le lenzuola e lo specchio per farmi vedere. “Una cagna in calore!” Mugugno quando affonda le dita nella figa per sentire se sono pronta e scivola dentro e mi fruga e gratta e spinge finché non mi sente urlare, ma un attimo prima di farmi squirtare si ferma: “No, oggi no!” Non ho tempo di maturare la delusione, Lui affonda la faccia passando dal culo alla figa, leccando, succhiando, penetrando con la lingua e con le dita, io gemo, e mugugno e urlo e prego che mi sleghi, voglio stare a 4 zampe come una cagna deve. Le mani libere mi costano un plug nel culo che si apre senza sforzo. Il Padrone prende ciò che è suo! Poi molla la presa e il plug si sfila ed esce alla prima contorsione. Un colpo di frustino sulla natica mi avvisa che non dovevo lasciarlo cadere, ma so che era quello che il Padrone voleva ottenere. Un urlo e quasi rabbia, mi irrigidisco, ma è solo un attimo poi riconosco la punta fredda del plug di vetro della mia coda. L’idea di indossarla m’infradicia, mi lubrifica, entra. “Ora scodinzola cagna!” ma non riesco a farlo a lungo perché mi ferma i fianchi, li afferra, mi tira, mi riempie anche la figa. I Suoi colpi profondi e lenti prendono velocità e lo specchio mi rimanda l’immagine delle mie tette nude che ondeggiano al ritmo del Padrone, la mia bocca aperta la coda alzata sulla schiena inarcata, i fianchi afferrati usati come maniglie, il Suo cazzo che entra ed esce… Vedermi così troia mi fa venire in poco tempo, non appena mi dice di toccarmi, poi una mano sulla schiena, mi spinge, mi abbassa, mi sdraia, mi copre e mi riempie, svuotandosi.
Niente, le calze a rete proprio non mi piacciono.

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Le scale

IMG_5840Mi hai lasciata sulle scale e sulle scale mi hai trovata. Immobile, come mi hai detto, sui tacchi alti degli stivali, le gambe e le labbra aperte. Ti sento salire le scale alle mie spalle, senza fretta, armeggiando con la cintura e la cerniera dei tuoi pantaloni. Ad ogni gradino il mio respiro si fa più veloce e quando arrivi a sfiorarmi le gambe col tuo cazzo ho un sussulto. Il tuo alito caldo sulla nuca, ti avvicini al mio orecchio, dici il mio nome. “Brava Molly, sei stata ferma….” Sei più alto di me, la differenza di un gradino, ma i tacchi ti costringono a stare sul mio stesso scalino per sovrastarmi e tu giochi con quelle altezze salendo e scendendo e girandomi attorno per toccarmi come preferisci. Nello spazio del gradino il tuo corpo aderisce al mio, la cappella del tuo cazzo è umida, lo lasci libero dalla tua mano, lo sento appoggiarsi. Lo voglio! Non sarà così facile ottenerlo, lo so. La mia mano lungo i fianchi, disobbediente, si sporge per toccarlo coi polpastrelli, per afferrarlo, ma la tua risale tranquilla alla mia gola e l’afferra decisa: “Ti ho detto che puoi toccare Molly?” No, non lo hai detto. Mi fermo, ti afferro il polso sul mio collo, non per spostarlo, ma per garantirmi che tu non lo tolga… La testa reclinata sulla tua spalla dalla pressione della tua mano, mente con l’altra mi esplori senza fretta, giochi coi miei capezzoli, scendi sui fianchi, sento la durezza del tuo cazzo mentre la tua mano arriva alle cosce, si sposta all’interno. Un rivolo sottile, una goccia scivola dalla mia fica lungo la coscia. La raccogli risalendo – “Coli Molly…” – la riaccompagni alla fonte e le tue dita mi aprono scivolando dentro la fica senza difficoltà. Mi inarco, mi trattieni dal collo, frughi, gratti con due dita, mi fai mugugnare, poi urlare. Mi cedono le gambe, devi reggermi per non cadere entrambi dalle scale. Io voglio il tuo cazzo, lo sai, ma vuoi che te lo chieda. Testarda sto muta.
La tua mano dalla gola passa al collo, poi tra le scapole. Mi spingi. “Giù Molly! Gambe dritte” La mia schiena si piega avanti, appoggio le mani ai gradini più alti, il mio culo per aria, esposto a te. Sento la punta del tuo cazzo che struscia tra il solco delle natiche: – “Basta chiedere Molly… se lo vuoi” – scivola sul fradicio della mia fica, si ferma all’ingresso, si appoggia, trattengo il respiro, non chiedo, risale. Cazzo! Un movimento di stizza, tu ridi. Mi stringi i fianchi, affondi le unghie, risali sul culo fino al mio buco, ce lo sbatti sopra un paio di volte “Molly… come si dice?”
“Ti prego Padrone, ti prego…”

 

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Brevissime di Molly 4

La torre medievale spunta sulle nuvole sospesa nel vuoto. Ai suoi piedi il bosco di castagni riporta a a una quiete selvaggia che invoglia ad appoggiarsi agli alberi col culo in fuori. Cancella malumori raccogliere castagne scricchiolando foglie gialle sul terreno e il sottobosco è un humus sensuale, umido e melmoso e caldo. Schiudere ricci per rubarne il frutto. Forzare leggera con la punta delle dita, afferrare il ciuffo delle tre castagne, tirare mentre indice e pollice dell’altra mano allargano i lembi del riccio. Cede quello, si apre, ma ti punge le dita. Aghi sottili si conficcano nei polpastrelli e cavarli coi denti uno a uno, e lenire il dolore con la punta della lingua per poi succhiarlo via infilando il dito tra le labbra e riempirlo di saliva. Un attimo in bocca, poi di nuovo a cercare altri ricci, mentre desideri diversi bagnano la mente.