Parlando di sesso

Dichiarazione

Il mio culo ti appartiene!
Tutto il resto anche, certo, ma il mio culo è tuo sopra ogni altra cosa.
Ci appoggi le mani con la sicurezza del Padrone, lo afferri, lo tieni, lo giri, lo batti, lo mordi, lo allarghi, lo prendi, lo sbatti, lo sfondi, lo usi.
Arredamento di casa Tua.
Ti strusci tra le natiche per farti riconoscere. La punta del tuo cazzo, come chiave di serratura, mi apre.
Ti riconosce il mio culo.
Ti accoglie, ti agevola, ti tiene, ti culla, ti stringe, ti scalda, ti gonfia, ti svuota.
Si riempie.
Il mio culo è Tuo Padrone.

Racconti erotici

Oltre i 90

Il Padrone mi blocca per i fianchi, da dietro, mentre cammino. Sulla soglia della stanza il mio culo impatta con la sua erezione sotto i pantaloni. Una mano sulla schiena mi spinge verso il basso: “Giu Molly!” mentre con un piede mi allarga le gambe. Appoggio le mani a terra con un angolazione ben oltre i novanta e rimango in quella posizione mentre il Padrone si slaccia i pantaloni, mi solleva la gonna e inizia a sfregarmi il cazzo sulla figa già fradicia. Si lubrifica il tempo necessario, poi appoggia la punta sul buco del mio culo ed entra con l’attenzione che sempre mette all’inizio, ma che poi abbandona spingendo e sfondandomi come è giusto che faccia con la sua cagna. Tenendomi per i fianchi mi penetra prima lentamente, ma a fondo, poi con sempre più foga facendomi urlare e dichiarare quanto io sia troia, quanto gli appartenga. Di colpo poi si ferma lasciandomi in attesa di non so cosa: “ferma Molly!” Si ritrae senza però uscire. Passano interminabili secondi d’immobilita, finché un “ecco” e sento il mio culo riempirsi di caldo e liquido e non è sborra, ma una lunga pisciata dentro le mie viscere. Mi riempie il Padrone.
Mi gonfio di Lui.

Racconti erotici

Nella rete delle calze

Sul letto, aspetto che arrivi il Padrone.
Un esperimento.
Mai piaciute le calze a rete, mai messe, mai volute.
Un’avversione e le avversioni vanno messe alla prova. Ho scelto dei collant aperti. Scoperto il pube liscio, la figa, il culo. Esposta. La rete mi infastidisce e solo indossando le décolleté nere mi trovo accettabile. Mi rilasso e mi sdraio ad aspettare, prona, come devo stare. I Suoi passi arrivano sulla soglia. Silenzio. Non mi giro, immobile a un Suo “Ferma!” che mi bagna all’istante. Rumori di scatole aperte, fruscii, si sfila la cintura dai pantaloni. Mi afferra le caviglie e mi tira a bordo letto, la cinghia attorno ai polsi a legare le mani dietro la schiena, mi solleva il culo in aria, la faccia sprofondata nel materasso. “Guardati!” dice, spostando le lenzuola e lo specchio per farmi vedere. “Una cagna in calore!” Mugugno quando affonda le dita nella figa per sentire se sono pronta e scivola dentro e mi fruga e gratta e spinge finché non mi sente urlare, ma un attimo prima di farmi squirtare si ferma: “No, oggi no!” Non ho tempo di maturare la delusione, Lui affonda la faccia passando dal culo alla figa, leccando, succhiando, penetrando con la lingua e con le dita, io gemo, e mugugno e urlo e prego che mi sleghi, voglio stare a 4 zampe come una cagna deve. Le mani libere mi costano un plug nel culo che si apre senza sforzo. Il Padrone prende ciò che è suo! Poi molla la presa e il plug si sfila ed esce alla prima contorsione. Un colpo di frustino sulla natica mi avvisa che non dovevo lasciarlo cadere, ma so che era quello che il Padrone voleva ottenere. Un urlo e quasi rabbia, mi irrigidisco, ma è solo un attimo poi riconosco la punta fredda del plug di vetro della mia coda. L’idea di indossarla m’infradicia, mi lubrifica, entra. “Ora scodinzola cagna!” ma non riesco a farlo a lungo perché mi ferma i fianchi, li afferra, mi tira, mi riempie anche la figa. I Suoi colpi profondi e lenti prendono velocità e lo specchio mi rimanda l’immagine delle mie tette nude che ondeggiano al ritmo del Padrone, la mia bocca aperta la coda alzata sulla schiena inarcata, i fianchi afferrati usati come maniglie, il Suo cazzo che entra ed esce… Vedermi così troia mi fa venire in poco tempo, non appena mi dice di toccarmi, poi una mano sulla schiena, mi spinge, mi abbassa, mi sdraia, mi copre e mi riempie, svuotandosi.
Niente, le calze a rete proprio non mi piacciono.

Racconti erotici

Le scale

IMG_5840Mi hai lasciata sulle scale e sulle scale mi hai trovata. Immobile, come mi hai detto, sui tacchi alti degli stivali, le gambe e le labbra aperte. Ti sento salire le scale alle mie spalle, senza fretta, armeggiando con la cintura e la cerniera dei tuoi pantaloni. Ad ogni gradino il mio respiro si fa più veloce e quando arrivi a sfiorarmi le gambe col tuo cazzo ho un sussulto. Il tuo alito caldo sulla nuca, ti avvicini al mio orecchio, dici il mio nome. “Brava Molly, sei stata ferma….” Sei più alto di me, la differenza di un gradino, ma i tacchi ti costringono a stare sul mio stesso scalino per sovrastarmi e tu giochi con quelle altezze salendo e scendendo e girandomi attorno per toccarmi come preferisci. Nello spazio del gradino il tuo corpo aderisce al mio, la cappella del tuo cazzo è umida, lo lasci libero dalla tua mano, lo sento appoggiarsi. Lo voglio! Non sarà così facile ottenerlo, lo so. La mia mano lungo i fianchi, disobbediente, si sporge per toccarlo coi polpastrelli, per afferrarlo, ma la tua risale tranquilla alla mia gola e l’afferra decisa: “Ti ho detto che puoi toccare Molly?” No, non lo hai detto. Mi fermo, ti afferro il polso sul mio collo, non per spostarlo, ma per garantirmi che tu non lo tolga… La testa reclinata sulla tua spalla dalla pressione della tua mano, mente con l’altra mi esplori senza fretta, giochi coi miei capezzoli, scendi sui fianchi, sento la durezza del tuo cazzo mentre la tua mano arriva alle cosce, si sposta all’interno. Un rivolo sottile, una goccia scivola dalla mia fica lungo la coscia. La raccogli risalendo – “Coli Molly…” – la riaccompagni alla fonte e le tue dita mi aprono scivolando dentro la fica senza difficoltà. Mi inarco, mi trattieni dal collo, frughi, gratti con due dita, mi fai mugugnare, poi urlare. Mi cedono le gambe, devi reggermi per non cadere entrambi dalle scale. Io voglio il tuo cazzo, lo sai, ma vuoi che te lo chieda. Testarda sto muta.
La tua mano dalla gola passa al collo, poi tra le scapole. Mi spingi. “Giù Molly! Gambe dritte” La mia schiena si piega avanti, appoggio le mani ai gradini più alti, il mio culo per aria, esposto a te. Sento la punta del tuo cazzo che struscia tra il solco delle natiche: – “Basta chiedere Molly… se lo vuoi” – scivola sul fradicio della mia fica, si ferma all’ingresso, si appoggia, trattengo il respiro, non chiedo, risale. Cazzo! Un movimento di stizza, tu ridi. Mi stringi i fianchi, affondi le unghie, risali sul culo fino al mio buco, ce lo sbatti sopra un paio di volte “Molly… come si dice?”
“Ti prego Padrone, ti prego…”

 

Racconti erotici

Piazzola di sosta

Quando siamo saliti in macchina il Padrone non conosceva la destinazione. Non sapeva il dove e il cosa e il come. Ho percorso le solite strade con i Suoi occhi puntati addosso, il sorriso curioso e compiaciuto. Quando sono entrata in autostrada la Sua curiosità non si conteneva, ma una sorpresa di compleanno non va svelata e Lui non mi ha chiesto di farlo. Si è messo comodo sul sedile del passeggero e dopo alcuni chilometri tra camion e musica la sua mano si è appoggiata sulle mie gambe. Mi ha guardata senza fiatare, mi ha esplorato le cosce, si è infilato tra le gambe che ho aperto, è risalito piano verso la scollatura, l’ha abbassata, ha scoperto il seno e ha succhiato il capezzolo destro tra i camionisti che ci suonavano. La sua lingua è risalita verso il collo, mi ha morso il mento, si è infilata nella mia bocca di traverso per lasciarmi guardare la strada. Poi si è riseduto sul sedile ha portato il bacino in avanti, abbassato la cerniera dei pantaloni e mi ha guardata. Gli ho sorriso e gettandomi in corsia di sorpasso gli ho tirato fuori il cazzo già duro. La testa appoggiata all’indietro, gli occhi chiusi, si è goduto una lunga e lenta discesa e risalita della mano lungo il suo cazzo, la ripetizione del gesto, più e più volte, la velocità che aumenta, il soffermarsi sulla punta, la saliva nel palmo della mano per scivolare meglio, la rotazione sopra la cappella e di nuovo giù e sù e poi: “Accosta!”
Nella prima piazzola di sosta la macchina della Società Autostrade. Ancora un paio di chilometri di sega e accosto, spengo la macchina, sgancio la cintura e Lui mi prende la testa e la spinge sul suo cazzo. Lo ingoio avida, lo spinge fino in gola, lo tiene li, mi lascia andare, soffoco, tossico, lo ingoio di nuovo, inizio a lacrimare. Mi lascia muovere la testa, le labbra che si spostano lungo il suo cazzo, lo scoprono, lo riprendono, lo bagnano, lo succhiano finché non esplode in sborra calda che mi riempie la bocca con un getto cosi violento che ingoiarlo mi avrebbe fatta sbrodolare sui suoi pantaloni nuovi e sulla camicia. Mi alzo con la bocca piena mentre Lui ride. Mi guardo attorno, valuto il portacenere, scarto il fazzoletto e in fine apro la portiera, mi sporgo con la testa e sputo fuori tutta la sua sborra. Mente mi alzo giro la testa e dietro di noi è parcheggiata a pochi metri l’auto della Società Autostrade, la portiera aperta, nessuna traccia del guidatore. Guardo il Padrone, scoppiamo a ridere e riprendiamo il viaggio. La sorpresa di compleanno deva ancora iniziare.

Brevissime bdsm

Brevissime di Molly 3

Non sono ancora le sette del mattino, la sveglia suonerà a breve. Dall’abisso del sonno una presenza mi sveglia. Apro gli occhi e accanto al letto il Padrone se ne sta in piedi a guardarmi dall’alto. Appoggia le ginocchia sul letto: “Fuori la lingua cagna!” Obbedisco mansueta. Il Padrone ci sbatte sopra il cazzo più volte poi me lo infila in bocca. “Succhia!”. Obbedisco addormentata. Annebbiata. Intorpidita. Il Padrone ha un moto di impazienza rassegnata: “Molly, al mattino non ce la puoi proprio fare eh?!” Sorrido impacciata da un cazzo in bocca. Con colpi veloci me la scopa per ribadire un possesso, si sfila, mi bacia. “Ne riparliamo stasera!”

Suona la sveglia.

Racconti erotici

Il ritorno

Rientrando dal lavoro a metà pomeriggio so che troverò il Padrone dopo tre giorni di separazione. Insolito quieto immobile silenzio in casa in sua assenza. Parcheggio e alzo la testa. Lui mi guarda dal balcone, mi saluta, mi aspetta sulla porta di casa e ancora sul pianerottolo si riprende pezzi di me iniziando dalla lingua. Il tempo di togliermi di dosso il peso della giornata lavorativa e dal letto Lui esige di vedere la rasatura di fresco della mia figa, la nudità assoluta che tanto gli piace, il liscio su cui scivolare. La testa tra le mie gambe la osserva soddisfatto, la saggia con le mani, con la lingua poi ci si tuffa d’impegno: “Ti  sono mancato cagna?” Mugugno: “Si Padrone. Sempre… però non ho capito perché non sei tornato domani” Un morso sull’interno coscia mi suggerisce che l’obiezione non è gradita. Urlo. Si solleva mi penetra col desiderio arretrato dell’assenza. Sono così fradicia che deve asciugarmi per sentirmi meglio. Mi prende fissandomi e fissandomi richiede: “Ti sono mancato cagna?” “Moltissimo Padrone! … però perché tornare di giovedì? Potevi fare più giorni di mare…” In un colpo violento di bacino e mi spinge il cazzo al fondo stizzito, esce da me, mi gira sulla pancia e mi solleva dai fianchi: “Hai il culo aperto cagna” “Si Padrone, per te.” Sospiro pregustando il seguito, ma lui lo ignora e riaffonda nella figa: “Visto che volevi tornassi domani il tuo culo può aspettare.” Sogghigna. “Ma no Padrone, che dici, è solo che… ” Mi schiaccia sul letto col peso del suo corpo: “Devi solo dire che ti sono mancato, cagna!” “Sì Padrone, l’ho detto, ma…” Mi tappa la bocca con la mano: “Vabbé, sta zitta che è meglio!” E finisce di scoparmi venendomi sulla schiena. Ansimanti sul letto a riprendere fiato mi accarezza la schiena giocando col suo sperma. “E ora?” chiede. “Andiamo a comprare una macchina!” dico.
Via!

Racconti erotici

La pineta

A passo veloce io e il Padrone affrontiamo affiancati il percorso podistico nella pineta che costeggia il mare. I sentieri che si intrecciano portano alla spiaggia o all’interno. Biciclette addossate ai cespugli segnalano la presenza dei villeggianti oltre le dune sabbiose. Alle quattro del pomeriggio incrociamo poche persone. Il Padrone rallenta e mi lascia avanti di un paio di passi. “Che fai Padrone, mi guardi le spalle?” Non mi risponde. Sento che traffica con lo zainetto, un rumore metallico e da dietro una striscia di cuoio mi prende alla gola. Infila la fibbia della cintura e mi stringe un collare improvvisato che mi blocca dalla sorpresa. Lui strattona, mi porta a spasso per alcuni metri poi mi fa proseguire a quattro zampe tra pigne e sabbia. Sporgo il culo eccitata desiderando la mia coda. Da dietro la curva rumori di presenze ci costringono ad interrompere. Incrociamo dopo poco una coppia con due cani e ci ammicchiamo complici. Alla prima rientranza mi spinge e ci inoltriamo nella boscaglia. Arriviamo ad un pino poco distante dal sentiero principale, mi ci appoggia contro con la faccia e mi abbassa i pantaloni. Il suo cazzo sfrega contro il mio culo mentre la corteccia friabile mi si sbriciola tra le mani e le formiche mi camminano sulle braccia. Le sue mani sotto la mia maglia fanno attrito con la pelle sudata. Mi stringe i capezzoli con le dita, poi mi gira e mi fa inginocchiare davanti a sé infilandomi il cazzo in bocca senza complimenti. Lo faccio crescere succhiandolo come gli piace e quando è soddisfatto mi solleva e mi riappoggia contro l’albero preparandosi a riempirmi, ma improvviso arriva il vociare di gente che si avvicina. Troppo esposti, ci tocca rimandare. Tanto domani mi porta fuori per un’altra passeggiata.