Racconti erotici

Supplemento di Penitenza

IMG_6675Scivola la sborra con l’acqua della doccia: dalla schiena, lungo la curva delle natiche, per la lunghezza delle gambe, disperdendosi in un rivolo denso, mentre ingorda la mia bocca ne sente la mancanza.
Nemmeno un assaggio in punta di dita, solo gocce disperse nel tragitto fino al bagno.
Grido di piacere all’unisono col suo mentre il getto caldo m’ha invaso la schiena in pozza biancastra d’orgasmo virile.
Sfilato il cazzo per compiere l’impresa, la mia figa, terribilmente vuota, si è contratta cercandolo ancora, perdendo liquidi non più trattenuti dalla sua erezione.
Colpi veloci nel battere carne su carne in spinte successive, sfondata, trattenuta dal peso del suo corpo, schiacciata sul cuscino dalla mano sulla nuca.
Quasi prona, il culo in aria a ricordare la perduta postura quadrupede in cui mi ha voluta.
Spinta sul letto già fradicia, pronta ad accoglierlo a esaudire la sua voglia di scoparmi.
Mani sul mio corpo, lingua nella bocca, sguardi di intenzioni manifeste.


Scritto per assolvere alla seconda penitenza dall’implacabile Ysingrinus. Fallita la prima per una U in eccesso nell’ultima riga, questa l’ulteriore prova da superare: “scrivere un articolo dalla fine all’inizio, al contrario, ma scritto al dritto eh. Cioè dall’epilogo vai al prologo.”

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Penitenza

Il poggiolo di cemento protegge i corpi nudi di vesti e pudori.

Spalancata di coscia accolgo il suo cazzo tra umori di fradicia figa.

Dondolo, sbatto, godo. Rumore carnale. Urla soffocate da mano ferma.

Ritardi di amplessi, mai meta finale del piacere sensuale.

Estinte le forze crolliamo nel letto vicino; la lingua virilmente resiste tra gambe ancora aperte.


Scritto per assolvere alla penitenza inflittami dal sadico Ysingrinus. Non avendo risolto il suo Quizzettone ho dovuto omettere in ogni frase una vocale nel consueto ordine: A, E, I, O, U.

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Brevissime di Molly 5

IMG_6642Il culo in alto, le spalle sul materasso, la testa affondata sul cuscino, la nostra immagine riflessa nello specchio. A ogni colpo di reni mi affonda il cazzo nella figa spingendomi il plug nel culo. Le sue palle sbattono in ritmica altalena. Spinge, resta, ritira, respinge. Il vomito per terra non è un pensiero, ma il ricordo del suo cazzo in fondo alla mia gola. Mi squasso in un orgasmo con dita che tremano, in urlo soffocato dalla stoffa. Mi riempie di sborra calda e frana sulla mia schiena, a ritrovare un ritmo regolare del respiro, entrambi esausti.
Contro il tedio di un pomeriggio di festa.

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Provocazioni

Irrequieta vago senza meta, come un leone che solca la gabbia percorrendola in lungo e in largo senza nemmeno cercare l’uscita. Il Padrone mi osserva, tace, ma vedo che mi guarda. Giorni di frenesia, caldo – togli la giacca – fresco – metti la giacca – ricaldo – ritogli la giacca – poi attese, vacanze finite da troppo, bisogno di andare, ma restare, risposte sbagliate, una pacca sul culo, mi avverte il Padrone: “sta buona… ” Lo provoco, lo stuzzico, sorride, reagisce tranquillo, ma bastarda io insisto. Le mie tendenze switch vanno domate o assecondate, lo sa il Padrone e a volte concede a volte punisce. Più spesso si diverte a tollerare la mia impudenza, ma so che riuscirò a farlo esplodere se insisto. E insisto! So essere estenuante a volte. E finalmente arriva a livello, deborda, mi arrossa il sedere, il culo per aria, il plug che lo allarga, mi fruga, mi sfonda, mi tappa la bocca. I polsi bloccati dalle sue mani, il culo riempito da un pezzo di gomma, la figa frugata dalla sua lingua. Non urlo, non posso, ho il suo cazzo in bocca, ma mi squasso convulsa in orgasmo prolungato. Mi lascia, mi guarda, mi accarezza, piano. Aspetta che il fiato ritorni normale. Sorride: “tesoro, ora ti metti tranquilla per un po’?”

“Si Padrone… fino a domani può bastare?”

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Attese distese

Sdraiata sul letto nel tardo pomeriggio godo del refrigerio del condizionatore. La camera è in penombra, quasi al buio che la luce è calore in estate, anche quando non batte il sole. Sto ad occhi chiusi in attesa, ad ascoltarmi respirare. La doccia ha lavato via il sudore di una giornata, due viaggi, un lavoro, commissioni. Ora ho fatto tana e non mi muovo più. La chiave nella toppa, la porta che cigola e poi sbatte, il passo del Padrone. Chiavi sul tavolo, frigo che sia apre, tintinnare di bottiglie, la porta del bagno, rubinetto, sciacquone… peccato!
Immobile aspetto di vederlo entrare in camera, salutarmi, baciarmi, guardarmi nuda distesa coi piedi sui cuscini, anche il suo, per sfida.
Non accende la luce ma dal corridoio filtra. Non saluta e non bacia, ma guarda. Si sofferma sul mio piede destro appoggiato al suo cuscino. Gli sorrido sorniona con la testa rovesciata. Non ricambia. Fa il giro del letto mi afferra l’alluce e sposta il piede dal guanciale.
Squilla il mio cellulare.
“E’ la telefonata di lavoro che aspettavo, non sarà una cosa breve…”
Lui non risponde, mi allunga il telefono da sopra il comodino e comincia a spogliarsi. Io rimango a fissare il soffitto parlando al cellulare, giocando a spostare i cuscini coi piedi. La sua presenza nella stanza diventa sottofondo, finché non mi ricorda che non devo dimenticarlo. Mi allarga le gambe tirandomi verso il bordo del letto e tuffa la testa nella mia figa. Mi si tronca la frase a metà, mi sfugge un urlo di sorpresa, mi scuso al telefono “no, nulla, sono scivolata.” Sgrano gli occhi e lo guardo mentre la sua lingua fa il giro delle mie grandi labbra. Mi solleva le gambe piegandole sul petto e ogni movimento provoca sussulti da nascondere al microfono. Mi fissa sorridendo ora, ma non di cortesia. Riprendo a parlare ostentando calma, scegliendo le parole come avessi smarrito improvvisamente il vocabolario. In ansia aspetto il momento in cui si getterà sul mio clitoride e lui, per farlo, aspetta il momento in cui porterà maggior danno alla mia conversazione e di nuovo mi si strozza la voce e tossisco forzata per dissimulare. Dall’altro capo del telefono inizia un lungo monologo che chiarisce date, orari, sequenze di eventi, nomi, luoghi. A malapena riesco ad annuire, figuriamoci a capire. Non dover parlare argina i danni, ma il Padrone smette di leccarmi e avvicina il suo cazzo alla mia figa aperta. Scuoto la testa pregandolo con gli occhi di non infierire, come se non sapessi di ottenere l’effetto opposto. Ingenua… Forse. Inizia a scoparmi con colpi decisi ed ad ognuno sussulto e devo tapparmi la bocca da sola per non farmi sentire al telefono. Mi toglie la mano, la blocca sul letto, allontano il cellulare dalla bocca. Un suono indistinto di parole all’altro capo. Ogni tanto annuisco all’apparecchio tra un sussulto e l’altro. Poi finalmente si tace. Saluto veloce pregando di inviare un promemoria scritto, “vedi mai mi sia sfuggito qualcosa”. Nel momento in cui spengo il cellulare, Lui smette di scoparmi e si sfila da me. Ci vogliono scuse e preghiere e moine perché infili due dita nella mia figa e inizi a frugare fino a farmi squirtare.
Domani leggerò la mail al lavoro.

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Impertinenze all’aria aperta

Intenta a leccare i piedi del mio padrone mi perdo in pensieri altri allontanando la mente dal suo e mio piacere. Succede a volte. Divago, vago, erro in mondi lontani. Lui se ne accorge sempre e allora o mi lascia gironzolare osservandomi da lontano, aspettando paziente, oppure mi riporta a sé senza troppi complimenti… Stasera non è in vena di impertinenze, percepisce la mia devozione ai suoi piedi venire meno, infila una mano tra le mie cosce e sente la mia figa troppa asciutta per i suoi gusti. Una sculacciata con forza mi riporta in un attimo al mio posto. Mi prende per i capelli e mi costringe a guardarlo: “La mia cagna va a passeggio sola stasera?” “Scusami padrone… ” “Oh, niente scuse cagna! Vuoi uscire? E usciamo!” Mi porta sul balcone si siede sulla soglia, mi lascia sdraiata nuda dentro casa col culo fuori, mi divarica le gambe e mostra la mia figa al mondo. È buio in casa e buio fuori. Le finestre dei vicini sono accostate, ma basterebbe aprirle per vederci. “Forza cagna, fatti vedere da tutti”. In un attimo colo tra le sue mani. È un gioco di equilibrio tra il mio pudore e l’esibizionismo che lui conosce bene. Due dita infilare nella figa si muovono sul fondo, mentre con l’altra mano tormenta il clitoride. Non mi lascia abbassare lo sguardo, né le gambe che cedono nel piacere, ma lui le vuole dritte, verso l’alto e divaricate. M’impunto capricciosa nel non voler venire, lo sfido con un sorriso e lui mi trascina ancora più fuori, verso la ringhiera, imponendomi il silenzio. Non devo sospirare, mugugnare, gridare e quando arriva l’orgasmo mi mordo le mani per non fiatare, terrorizzata ed eccitata all’idea di essere scoperta. Rientra lasciandomi sdraiata sul balcone e torna con una coperta per farmi rientrare protetta dalla stoffa e dal suo abbraccio. “Vieni, ora devi far godere il tuo padrone, cagna.”

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Scarpe nuove

Tornando dal lavoro, nel pomeriggio, stranamente lo trovo a casa ad aspettarmi. Mi accoglie con un bacio e un pacco regalo. Lo apro sorpresa e trovo le scarpe che tanto volevo: sandali neri, tacco 12, laccetto alla caviglia. Non faccio in tempo a ringraziarlo come vorrei che mi ferma: “li indosserai stasera, ho chiamato alcuni amici a cena. Vieni, cuciniamo assieme”. In un paio d’ore prepariamo un pasto freddo improvvisato niente male. Tutto dev’essere pronto sulla tavola quando arriveranno gli ospiti che si ostina a non volermi dire chi siano, ma mi detta il dress code per la serata: l’ultimo intimo comprato assieme, nero trasparente, col reggicalze abbinato e, ovviamente, le scarpe nuove. Nient’altro.
Accoglie gli ospiti sulla porta, mai visti prima, li invita ad entrare, e offre loro un aperitivo, poi mi presenta come il dessert. “Nessuno la tocchi prima”. Sa farmi aspettare il mio padrone.
Si accomodano a tavola, ma prima che possa sedere al mio posto, lui mi appoggia il piatto per terra, la faccia al muro, in modo che per mangiare a quattro zampe debba mostrare il culo agli invitati, invogliare i commensali. Non so chi sia il primo a chiedergli il permesso del dessert. Non lo vedo in faccia. “Prego” dice lui cortese e me lo immagino con la mano tesa a mostrare la sua ospitalità. Sono già così fradicia che quello ci mette un secondo a infilarmelo nella figa e mentre mi monta con foga, sbrigativo, la conversazione e al tavola non si ferma, ma so che il mio padrone mi guarda, osserva, vigila su di me. Il secondo preferisce il culo e ci mette più tempo. È lento e preciso nei movimenti, uno a cui piace gustarsi un buco e mi lascia sfinita sul pavimento. Il terzo, schizzinoso, annuncia che non vuole entrare dove sono stati gli altri e mi scopa la bocca, ma senza riempirla come farebbe il mio padrone che lo ferma poco prima che venga: “non in bocca, quella è mia!”
Se ne vanno stringendogli la mano, ringraziano per la cena, senza nemmeno accennare a me e quando chiude la porta il mio padrone mi guarda, stesa a terra, sfinita, usata. Mi solleva delicato la testa: “Hai gli occhi che ti brillano, ti è piaciuto vero?!” Io gli sorrido felice mentre mi accompagna in doccia e so che lì mi farà godere.

Sulla poltrona gialla, le gambe aperte sui braccioli, le scarpe nuove ai piedi, lui ha due dita nella mia figa già da un po’. Termino di raccontargli la mia fantasia, col finale nella doccia e vengo in un lungo orgasmo, con un urlo contenuto dai vicini in ascolto. Lui mi guarda. Si è tirato in piedi mentre si masturba. “Allora, che ne dici, ti è piaciuta la mia storia? Lo inviti qualche amico a cena?”
“Scordatelo! Tu sei mia! Non ti condivido” E mi viene in faccia.