Racconti erotici

Oltre i 90

Il Padrone mi blocca per i fianchi, da dietro, mentre cammino. Sulla soglia della stanza il mio culo impatta con la sua erezione sotto i pantaloni. Una mano sulla schiena mi spinge verso il basso: “Giu Molly!” mentre con un piede mi allarga le gambe. Appoggio le mani a terra con un angolazione ben oltre i novanta e rimango in quella posizione mentre il Padrone si slaccia i pantaloni, mi solleva la gonna e inizia a sfregarmi il cazzo sulla figa già fradicia. Si lubrifica il tempo necessario, poi appoggia la punta sul buco del mio culo ed entra con l’attenzione che sempre mette all’inizio, ma che poi abbandona spingendo e sfondandomi come è giusto che faccia con la sua cagna. Tenendomi per i fianchi mi penetra prima lentamente, ma a fondo, poi con sempre più foga facendomi urlare e dichiarare quanto io sia troia, quanto gli appartenga. Di colpo poi si ferma lasciandomi in attesa di non so cosa: “ferma Molly!” Si ritrae senza però uscire. Passano interminabili secondi d’immobilita, finché un “ecco” e sento il mio culo riempirsi di caldo e liquido e non è sborra, ma una lunga pisciata dentro le mie viscere. Mi riempie il Padrone.
Mi gonfio di Lui.

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Le scale

IMG_5840Mi hai lasciata sulle scale e sulle scale mi hai trovata. Immobile, come mi hai detto, sui tacchi alti degli stivali, le gambe e le labbra aperte. Ti sento salire le scale alle mie spalle, senza fretta, armeggiando con la cintura e la cerniera dei tuoi pantaloni. Ad ogni gradino il mio respiro si fa più veloce e quando arrivi a sfiorarmi le gambe col tuo cazzo ho un sussulto. Il tuo alito caldo sulla nuca, ti avvicini al mio orecchio, dici il mio nome. “Brava Molly, sei stata ferma….” Sei più alto di me, la differenza di un gradino, ma i tacchi ti costringono a stare sul mio stesso scalino per sovrastarmi e tu giochi con quelle altezze salendo e scendendo e girandomi attorno per toccarmi come preferisci. Nello spazio del gradino il tuo corpo aderisce al mio, la cappella del tuo cazzo è umida, lo lasci libero dalla tua mano, lo sento appoggiarsi. Lo voglio! Non sarà così facile ottenerlo, lo so. La mia mano lungo i fianchi, disobbediente, si sporge per toccarlo coi polpastrelli, per afferrarlo, ma la tua risale tranquilla alla mia gola e l’afferra decisa: “Ti ho detto che puoi toccare Molly?” No, non lo hai detto. Mi fermo, ti afferro il polso sul mio collo, non per spostarlo, ma per garantirmi che tu non lo tolga… La testa reclinata sulla tua spalla dalla pressione della tua mano, mente con l’altra mi esplori senza fretta, giochi coi miei capezzoli, scendi sui fianchi, sento la durezza del tuo cazzo mentre la tua mano arriva alle cosce, si sposta all’interno. Un rivolo sottile, una goccia scivola dalla mia fica lungo la coscia. La raccogli risalendo – “Coli Molly…” – la riaccompagni alla fonte e le tue dita mi aprono scivolando dentro la fica senza difficoltà. Mi inarco, mi trattieni dal collo, frughi, gratti con due dita, mi fai mugugnare, poi urlare. Mi cedono le gambe, devi reggermi per non cadere entrambi dalle scale. Io voglio il tuo cazzo, lo sai, ma vuoi che te lo chieda. Testarda sto muta.
La tua mano dalla gola passa al collo, poi tra le scapole. Mi spingi. “Giù Molly! Gambe dritte” La mia schiena si piega avanti, appoggio le mani ai gradini più alti, il mio culo per aria, esposto a te. Sento la punta del tuo cazzo che struscia tra il solco delle natiche: – “Basta chiedere Molly… se lo vuoi” – scivola sul fradicio della mia fica, si ferma all’ingresso, si appoggia, trattengo il respiro, non chiedo, risale. Cazzo! Un movimento di stizza, tu ridi. Mi stringi i fianchi, affondi le unghie, risali sul culo fino al mio buco, ce lo sbatti sopra un paio di volte “Molly… come si dice?”
“Ti prego Padrone, ti prego…”

 

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Sotto-messa

IMG_5793Accasciata ai tuoi piedi stremata e ansimante mi arrotolo contro le Tue gambe, mi chiudo in abbraccio, mi struscio cercando il Tuo contatto mentre il bruciore dei colpi sulla pelle pulsa. Le frange del flogger pendono dalla tua mano ancora oscillanti dopo l’ultimo colpo, mi sfiorano i fianchi per ora inoffensive. Sento la Tua presenza sopra a me, sopra a tutto, i Tuoi occhi sulla mia schiena, sento il Tuo desiderio, la sua violenza, la sua forza, la Tua forza che è anche la mia. Mi guardi dall’alto e sai che non la dirò la safeword, continuerò a contare facendomi scarnificare piuttosto che dirla perché ogni colpo sancisce l’appartenenza, suggella un patto, prosegue un percorso di fiducia che abbiamo fatto assieme, rafforza la tua volontà di farmi Tua, la mia volontà di esserlo. “Guardami” dici. I tuoi ordini sono sempre detti. Basta questo. Sai la mia fatica nel guardarti in certi momenti, ma lo faccio. Sorridi leggendo la sfida nei miei occhi. Ti piace, Ti stimola, Ti gratifica. L’Hai vista dal primo momento la mia ribellione, non Sei fuggito come altri, Hai raccolto la sfida che ero, non per schiacciarmi, non lo fai mai, ma per vincermi ogni volta stimolando la mia curiosità, la mia voglia di abbandonarmi anche. Docile non mi vorresti, docile non sono. Misuri la tua forza imponendoti sulla mia.
Leggi nei miei occhi, sai che sono pronta a tornare in posizione, ma Ti chini su di me, mi sollevi priva di forze, mi adagi sul letto, mi lecchi i segni rossi su culo e schiena, m’infili una mano nella figa, la trovi fradicia, già lo sai, mi giri “Guardami cagna, sempre”. Sempre ti guardo. Mi metti una mano sul collo. Il resto Lo sai.

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Piazzola di sosta

Quando siamo saliti in macchina il Padrone non conosceva la destinazione. Non sapeva il dove e il cosa e il come. Ho percorso le solite strade con i Suoi occhi puntati addosso, il sorriso curioso e compiaciuto. Quando sono entrata in autostrada la Sua curiosità non si conteneva, ma una sorpresa di compleanno non va svelata e Lui non mi ha chiesto di farlo. Si è messo comodo sul sedile del passeggero e dopo alcuni chilometri tra camion e musica la sua mano si è appoggiata sulle mie gambe. Mi ha guardata senza fiatare, mi ha esplorato le cosce, si è infilato tra le gambe che ho aperto, è risalito piano verso la scollatura, l’ha abbassata, ha scoperto il seno e ha succhiato il capezzolo destro tra i camionisti che ci suonavano. La sua lingua è risalita verso il collo, mi ha morso il mento, si è infilata nella mia bocca di traverso per lasciarmi guardare la strada. Poi si è riseduto sul sedile ha portato il bacino in avanti, abbassato la cerniera dei pantaloni e mi ha guardata. Gli ho sorriso e gettandomi in corsia di sorpasso gli ho tirato fuori il cazzo già duro. La testa appoggiata all’indietro, gli occhi chiusi, si è goduto una lunga e lenta discesa e risalita della mano lungo il suo cazzo, la ripetizione del gesto, più e più volte, la velocità che aumenta, il soffermarsi sulla punta, la saliva nel palmo della mano per scivolare meglio, la rotazione sopra la cappella e di nuovo giù e sù e poi: “Accosta!”
Nella prima piazzola di sosta la macchina della Società Autostrade. Ancora un paio di chilometri di sega e accosto, spengo la macchina, sgancio la cintura e Lui mi prende la testa e la spinge sul suo cazzo. Lo ingoio avida, lo spinge fino in gola, lo tiene li, mi lascia andare, soffoco, tossico, lo ingoio di nuovo, inizio a lacrimare. Mi lascia muovere la testa, le labbra che si spostano lungo il suo cazzo, lo scoprono, lo riprendono, lo bagnano, lo succhiano finché non esplode in sborra calda che mi riempie la bocca con un getto cosi violento che ingoiarlo mi avrebbe fatta sbrodolare sui suoi pantaloni nuovi e sulla camicia. Mi alzo con la bocca piena mentre Lui ride. Mi guardo attorno, valuto il portacenere, scarto il fazzoletto e in fine apro la portiera, mi sporgo con la testa e sputo fuori tutta la sua sborra. Mente mi alzo giro la testa e dietro di noi è parcheggiata a pochi metri l’auto della Società Autostrade, la portiera aperta, nessuna traccia del guidatore. Guardo il Padrone, scoppiamo a ridere e riprendiamo il viaggio. La sorpresa di compleanno deva ancora iniziare.

Brevissime bdsm

Brevissime di Molly

Inginocchiata a terra, piegata pancia e viso sul materasso.
Braccia legate dietro la schiena ai piedi opposti del letto.
“Ci vediamo dopo” e mi benda gli occhi.
Lo sento trafficare nell’altra stanza.
Ritorna.
“Ci sentiamo dopo” e mi mette cuffie stereo. Sparano i Deep purple ad alto volume.
Rapita totalmente dalla musica tengo il ritmo sculettando.
“Che fai Molly scodinzoli?  vuoi la tua coda?”
“No Padrone, sto ballando!”
Non gli è piaciuta! Eh, non gli è proprio piaciuta…

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Scaramucce pomeridiane

La schiena nuda del mio Padrone sdraiato sul fianco mi scatena improvviso il desiderio di affondarci i denti. Seguo l’istinto, mi avvicino, mi infilo a cucchiaio dietro di lui e gli assesto tre colpi di bacino a sodomizzare virtualmente il suo splendido culo. “Dai, gli dico, uno strap-on piccolo piccolo…” mugugna il suo no-forse-vediamo mentre continuo a colpire di bacino il suo culo. Sopporta finché non lo mordo sul dorsale destro. Con uno scatto inarca la schiena dal dolore e allungando all’dietro il braccio mi assesta una pacca sulla coscia. Per nulla sedata affondo le unghie nella sua schiena, si gira mi afferra una mano, con quella libera lo sculaccio mentre gli mordo una spalla e allora mi inchioda al materasso stringendomi il collo: “Se non la pianti ti metto la coda!” mi sibila col ghigno. “Perché non la metti tu?!” lo provoco. “La coda è tua, cagna, e tu la metti, chiaro?!” Stringe il collo mi guarda, mi quieto quel tanto che basta perché allenti la presa. Sa che non è il momento, sono nervosa, non ho la testa per perderla come dovrei e vorrei. Un breve riposo e si cominciano a fare le valige per il rientro. “Sta buona e dormi!” Un ultimo avvertimento e si gira sul fianco dandomi le spalle. La sua schiena mi suscita feroce la voglia di graffiarla. Devo chiudere gli occhi per distrarmi e tentare di assopirmi, ma la mia mente vagabonda tra pensieri. “Dormi adesso e smettila di andare in giro” mi ammonisce. “Ma come fai, senti le rotelle del mio cervello che girano?” “Si. Le sento! Zitta e dormi.” 
Mi giro dall’altra parte per non guardargli la schiena. Mugugno, mi agito, sbuffo, insopportabile capricciosa, mi rigiro, lo guardo, allungo una mano a toccargli il cazzo “Perché non infili questo coso moscio nella mia figa?”, stavolta s’incazza, mi afferra la testa per i capelli “Moscio?! Lavoraci su allora cagna!” E me lo ficca in bocca a farlo crescere nella mi gola finché mi gira e mi scopa da dietro. Poi si ferma: “Forza, continua tu che io mi riposo!” Io mi muovo sbattendo il culo contro il suo ventre, poi disobbedisco, mi sfilo all’improvviso, mi riprende, si sdraia di schiena e finisco tra le sue gambe serrata dalla stretta della destra. Lì improvvisamente mi quieto, la guancia appoggiata sul suo pube, l’odore famigliare del suo cazzo attaccato alla mia faccia, la sua mano che alle t la pres dai capelli e mi accarezza la testa. Sono a casa. Lui sente i miei muscoli rilassarsi e mi lascia addormentarmi così, al sicuro, tra le sue gambe. 

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Impertinenze all’aria aperta

Intenta a leccare i piedi del mio padrone mi perdo in pensieri altri allontanando la mente dal suo e mio piacere. Succede a volte. Divago, vago, erro in mondi lontani. Lui se ne accorge sempre e allora o mi lascia gironzolare osservandomi da lontano, aspettando paziente, oppure mi riporta a sé senza troppi complimenti… Stasera non è in vena di impertinenze, percepisce la mia devozione ai suoi piedi venire meno, infila una mano tra le mie cosce e sente la mia figa troppa asciutta per i suoi gusti. Una sculacciata con forza mi riporta in un attimo al mio posto. Mi prende per i capelli e mi costringe a guardarlo: “La mia cagna va a passeggio sola stasera?” “Scusami padrone… ” “Oh, niente scuse cagna! Vuoi uscire? E usciamo!” Mi porta sul balcone si siede sulla soglia, mi lascia sdraiata nuda dentro casa col culo fuori, mi divarica le gambe e mostra la mia figa al mondo. È buio in casa e buio fuori. Le finestre dei vicini sono accostate, ma basterebbe aprirle per vederci. “Forza cagna, fatti vedere da tutti”. In un attimo colo tra le sue mani. È un gioco di equilibrio tra il mio pudore e l’esibizionismo che lui conosce bene. Due dita infilare nella figa si muovono sul fondo, mentre con l’altra mano tormenta il clitoride. Non mi lascia abbassare lo sguardo, né le gambe che cedono nel piacere, ma lui le vuole dritte, verso l’alto e divaricate. M’impunto capricciosa nel non voler venire, lo sfido con un sorriso e lui mi trascina ancora più fuori, verso la ringhiera, imponendomi il silenzio. Non devo sospirare, mugugnare, gridare e quando arriva l’orgasmo mi mordo le mani per non fiatare, terrorizzata ed eccitata all’idea di essere scoperta. Rientra lasciandomi sdraiata sul balcone e torna con una coperta per farmi rientrare protetta dalla stoffa e dal suo abbraccio. “Vieni, ora devi far godere il tuo padrone, cagna.”